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Cari amici,

Dopo lo sconforto per l’esito delle elezioni e’ bene recuperare il sangue freddo e tentare un’analisi del risultato ottenuto.

Io penso che siano stati fatti errori tattici dall’inizio della gestione Veltroni di cui non voglio parlare ora: non e’ il caso di inquinare il ragionamento scatenando una polemica tra veltroniani e anti-verltroniani, ci sara’ tempo in futuro. Ci sono cause piu’ strutturali sul tavolo a mio avviso.

Metto in fila alcuni fatti. Il Pd in Veneto e Lomabardia mette in campo come capilista Calearo e Colaninno, duri dirigenti di Confindustria, sperando di conquistare il voto degli artigiani e degli industriali. Nonostante questo il Pd prende in quelle regioni una batosta mostruosa.

Si dice che il nord è stanco di pagare le tasse al sud. Che bisogna ridare i soldi agli italiani. Ma il debito pubblico corre e gli sprechi, appunto, si sprecano. In fin dei conti Prodi aveva rimesso a posto i bilanci senza aumentare le aliquote (alcune sono diminuite): niente aggravi per i cittadini onesti, quindi. Hanno pagato solo gli evasori.

Ma si sa, il vero buco nero delle finanza italiane è la mafia. Nessuno di quegli elettori del nord arrabbiato crede in realtà che la secessione dal sud sia una strada percorribile (altrimenti avrebbero già chiesto il conto al loro capo, che la annuncia ogni sei mesi) e il taglio dei trasferimenti pubblici al sud provocherebbe un emigrazione di massa stile anni Cinquanta, e questo nessuno lo vuole.

Allora il nord, quello che vota Lega e Pdl, dovrebbe avere in cuore come principale punto la lotta alla mafia. Eppure, nell’ultima settimana di campagna elettorale Dell’Utri, dichiara che Vittorio Mangano è un eroe e che i pentiti non sono sani di mente. Mangano è un uomo condannato da Falcone a tre ergastoli per mafia. Subito Berlusconi offre sponda alle affermazioni sconcertanti di Dell’Utri.

Nel frattempo Veltroni caccia dalle liste tutti i candidati in odore di mafia e dichiara guerra alle cosche. A Napoli adirittura nomina, uno per uno, i nomi dei clan e annuncia che lo Stato sotto il suo governo gli farà guerra. Io credo che ogni altra interpretazione del voto non possa prescidere da un’analisi di questi fatti. Sembra che il voto sia stato pre-razionale, pre-giudiziale. Ma e’ cosi’?

Io penso di no. Esiste una razionalita’ profonda nelle decisioni di massa. Non che sia condivisibile. Voglio solo dire che e’ possible comprendere queste scelte con la ragione. E allora cosa. Perche’ al nord ingoiano il rospo della mafia e al sud ingoiano il rospo dei leghisti pur di votare a destra?

Veltroni nella sua campagna elettorale si e’ appellato al coraggio di intraprendere, di creare lavoro e innovazione per affrontare le sfide della globalizzazione. Ha voluto usare il linguaggio della sfida agli italiani. Una sfida entusiasmante che in alcuni tratti mi ha commosso perche’ stimolava la mia voglia di fare e di dare per il mio paese. Si e’ persino richiamato alla creativita’ dell’Italia anni cinquanta. Ma a chi si rivolgeva questo messaggio?

L’Italia degli anni Cinquanta non aveva nulla da perdere. Il coraggio era l’unica risorsa disponibile. Oggi non e’ cosi’. Quelli che sentono di non farcela, quelli che non hanno risorse da spendere sul mercato del lavoro per farsi strada, quelli che competono con i cinesi nel fare mattoni, i laboratori tessili o le piccole aziende manifatturiere che non hanno idea di cosa sia l’inovazione e usano ancora macchine di 30 anni fa, non potevano accettare questa sfida. E allora, paradossalmente Lega e PdL hanno realizzato nel voto l’alleanza di padroncini e operai che il PD predicava.

Dal loro punto di vista e’ piu’ facile pensare di rifare la Cina qui che correre piu’ forte della Cina. Chiaramente l’interesse a lungo termine del paese non coincide con il loro interesse immediato. Ma in fondo, dell’interesse a lungo termine del paese che gliene frega a loro se rischiano di fallire o perdere il lavoro domani?

Dicevo e’ piu’ facile rifare la Cina qui dal loro punto di vista. Certo: evadere le tasse per fare margine senza aumentare la produttivita’; avere leggi sulla sicurezza del lavoro molto permissive e poter sfruttare liberamente l’extracomunitario irregolare per abbattere i costi e fare concorrenza sleale con i concorrenti europei. Tremonti il protezionista. Il localismo difensivo. La xenofobia pelosa di chi ha la badante peruviana.

Gran parte dell”italia, al nord e al sud, ha campato e si e’ arricchita depredando le finanze pubbliche. Al sud impeghi pubblici (enti per l’agricoltura con 4 trattori e 400 trattoristi), al nord finanziamenti pubblici per le aziende e svalutazione della lira che tramite l’inflazione da l’illusione di avere soldi da spendere ma alla lunga trasferisce silenziosamente quattrini dai poveri ai ricchi, dalle finanze pubbliche agli imprenditori. E poi le finanze pubbliche erano depredate per garantire servizi, pensioni e prebende sopra le nostre possibilita’. Tutti hanno usufruito di questa sciagura, anche gli operai. Era cosi’ facile far soldi negli anni 80 craxiani..Ecco perche’ votano a destra.

E adesso? Non lo so. Temo che la spirale della decadenza non sia facile da interrompere proprio perche’ genera fenomeni regressivi. Ci si avvolge nella paura e si cercano, anche violentemente, soluzioni semplici. Intanto ci si scava la fossa.

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L’altro ieri ho visto su internet l’ultima puntata di Anno Zero in cui il commercialista di Berlusconi (alias, Giulio Tremonti) che a destra spacciano per economista non avendo di meglio, ci illuminava sui pericoli presenti e futuri della globalizzazione.

Suoi interlocutori erano Fausto Bertinotti, Antonio Boccuzzi (l’operaio sopravvissuto all’incidente della Thyssen e ora candidato per il PD, che bravo!) e Matteo Colaninno.

Il Fausto e GT andavano d’amore e d’accordo e si vedeva che facevano una fatica enorme a trovare punti di disaccordo. Chissa’ che non li vedremo assieme prima o poi, il comunista e il condonista.

Be’, il tema non e’ nuovo. Tutti ci ricordiamo il movimento No Global e le sue rivendicazioni. E ci ricordiamo anche il G8 di Genova. Ai quei tempi i principali commentatori economici e formazioni politiche di centro e di destra trattavano con sprezzante ironia quelle preoccupazioni.

Oggi tutti prendono molto sul serio le parole di GT e il CORSERA vi dedica ben due editoriali di fila, prendendone piu’ o meno le distanze, ma facendo passare il fiscalista per un fine intellettuale. Oggi il centro-destra vuole imposessarsi di questi temi e farli propri, proponenedo le sue soluzioni, facendo l’occhiolino alle paure della piccola borghesia e degli imprenditori-nani. Improvvisamente queste sono cose ben dette, o perlomeno da tenere in considerazione.

Quello che ci importa pero’, e’ di capire qual’e’ la diagnosi e quale la cura proposta. E qui cominciano i dolori. Da un lato perche’ la terapia e’ una presa in giro, come quelle pozioni che i ciarlatani vendevano nel far west per combattere tutte le malattie conosciute e sconosciute, e dall’altro perche’ il nostro Colaninno ha mostrato una pochezza sconfortante nel contrastare queste bizzarre tesi.

Ma focalizziamoci sugli elisir confezionati dal ciarlatano di Sondrio. Le idee sono vaghe e per questo incomprensibili.

Per prima cosa occorre precisare che la globalizzazione non e’ un fenomeno moderno. Vi rimando a questi articoli (1 e 2) per farvi un’idea di come l’espansione dei commerci mondiali abbia influito gia’ dal rinascimento, non solo sul benessere economico delle popolazioni ma anche sulla diffusione delle malattie. Gia’ nel XVIII secolo le nazioni del mondo erano cosi’ interconnesse da rendere necessario lo sviluppo di un sistema di misura internazionale per regolare i commerci e i prezzi.

Quello che e’ veramente nuovo oggi e’ la portata del processo e la velocita’ delle transizioni. I trasporti e le comunicazioni moderne consentono di mobilizzare merci, persone e informazioni con costi, velocita’ e sicurezza diverse centinaia di volte superiore a quella a cui eravamo abituati solo 100 anni fa. Chiaramente ogni rivoluzione tecnologica fa le sue vittime e scatena paure, che non si devono sottovalutare. Chi subisce la globalizzazione sono i piu’ deboli, quelli che hanno avuto meno occasioni nella vita, e che oggi sentono di non avere strumenti per competere a livello mondiale. Fino a qualche hanno fa eravamo leader mondiali nella produzione di mattoni. Oggi i cinesi ci surclassano per costi e per quantita’ di prodotto.

Secondo Bauman, (“Dentro la globalizzazione”) queste paure generano meccanismi regressivi di “localizzazione” che si manifestano nella ri-scoperta delle comunita’ locali e delle tradizioni, in un rifiuto’ della modernata’, nella chiusura verso l’altro, in una costante e irrazionale diffidenza sociale, in un mal determinato senso di insicurezza.

Non stupisce che l’elisir economico di GT, amico intimo della Lega Nord con i suoi richiami alla tradizione locali, allo “statevene a casa vostra”, si collochi in questo filone localista.

Ci viene proposto di imporre dazi e balzelli alle merci importate, ridurre gli scambi e i commerci con i paesi in via di sviluppo, magari mettere delle quote, come per il latte in Europa. Ma solo temporaneamente, per prendere tempo. Chiaramente non ci viene indicato per quanto tempo sarebbe necessario restringere l’accesso dei nostri mercati, chi dovrebbe, assieme all’Italia fare questa scelta, e cosa dovremmo fare, in questa supposta tregua della competizione globale, per metterci al passo. In assenza di queste indicazioni l’elisir di Tremonti e’ una pozione avvelenata, che ci fara’ accumulare ulteriore ritardo e serivra’ a proteggere ancora di piu’ chi sta gia’ nel fortino delle rendite di posizione per poi precipitare improvvisamente in un baratro ancora peggiore di quello che egli prospetta per l’oggi. E’ una versione camuffata della svalutazione della liraper favorire le esportazioni ai danni del debito pubblico attuata dai governi Craxiani degli anni ’80. Ancora oggi paghiamo i meravigliosi effetti a lungo termine di questi provvedimenti.

Se fossi stato a quel dibattito televisivo avrei volentieri fatto notare al Grande Stratega del centro-destra che l’India e la Cina assieme fanno 3 miliardi di persone, circa 10 volte la popolazione americana e 4 volte la popolazione Europea. I loro mercati crescono ad una velocita tra il 5% e il 10% annuo mentre in Europa e Stati Uniti, negli ultimi anni si brinda se si raggiunge il 2%. Se India e Cina rispondessero alla nostra politica dei dazi con la stessa moneta alla lunga seremmo noi a pagarne le salate drammatiche conseguenze. Mentre noi ci gongolavamo con le invettive di Bossi e Tremonti contro i cinesi, i tedeschi, gli inglesi e gli americani aprivano imprese e sviluppavano commerci con quei mercati in espansione.

Avrei anche ricordato al nostro GT che i dazi europei sui prodotti tessili cinesi sono stati eliminati solo da qualche anno e durante quel periodo non c’e’ stata certo una rivoluzione tecnologica o commerciale significativa del settore in Italia.

Avrei volentieri detto che il modo migliore (l’unico?) di difenderci dall’invasione asiatica e’ di correre piu’ forte di loro tramite la ricerca e l’innovazione e la qualificazione del nostro capitale umano. Ma in Italia un diplomato guadagna come un laureato e questo e’ il segno piu’ tangibile del fatto che nel nostro paese le competenze tecniche non sono un valore richiesto dal sistema produttivo.

E allora avanti, continuiamo a competere con i cinesi nella produzione di mattoni, e mettiamo anche i dazi per far finta che noi siamo piu’ bravi a cuocer la terra.

Ma almeno siamo consapevoli che questa strategia e’ come metter sull’uscio di casa un sacchetto di riso per arginare la marea che avanza.

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