di Erika Conti

South Dakota, USA. Benvenuti nelle contee di Shannon, Jackson e Bennet, le più povere degli Stati Uniti secondo i dati degli ultimi 30 anni che le vedono per lo più al primo posto, e comunque sempre nella “top ten” di questa triste classifica. Benvenuti, nella seconda riserva Indiana più grande d’America, Pine Ridge Reservation, territorio degli Oglala Lakota, appartenenti alla tribù Sioux. Per avere un’idea più chiara di cosa voglia dire essere Native American oggi in questa regione degli Stati Uniti servono alcuni dati statistici, geografici e storici. Questa è la storia di una tribù che ancora oggi, tra mille difficoltà, combatte l’assimilazione alla società americana e che non ha perso le speranze di tornare un giorno a possedere una terra che ancora gli appartiene.

La riserva di Pine Ridge si estende per più di 11 mila Km quadrati – circa tre volte la superficie dello stato del Rhode Island. Il numero degli abitanti è incerto, ma secondo i dati reperibili in rete vanno dai 30 ai 40 mila. Ogni famiglia guadagna in media 3.700 dollari l’anno rispetto ai 48 mila dollari della media nazionale nel 2006. Il tasso di disoccupazione varia tra l’80 e l’85%, e l’aspettativa di vita media nella riserva è di 48 anni per gli uomini e 52 per le donne. Tubercolosi e diabete sono malattie estremamente diffuse a Pine Ridge, e il tasso di alcolismo è tra i più alti degli Stati Uniti, così come la mortalità infantile e il numero di suicidi tra adolescenti. Infine, nonostante l’elevato numero di senzatetto, la maggior parte delle famiglie restano unite e i vari membri vivono tutti nella stessa abitazione, cosicché molto spesso 12 persone condividono un appartamento di 2 stanze. Un terzo delle case non è dotato d’acqua né di elettricità e un quarto di esse non possiede un bagno interno.[1]

Tutti questi numeri e dati all’apparenza così astratti diventano in realtà assai concreti agli occhi di chiunque si trovi a visitare la riserva, un luogo paradossale e quasi surreale, in cui la tristezza delle condizioni di vita si scontra con un paesaggio e una natura che lasciano senza fiato. Il villaggio più grande della riserva è quello che le dà il nome, Pine Ridge appunto, un incrocio di strade polverose e desolate, costeggiate da case fatiscenti e roulotte che fungono da abitazioni. Un paio di negozi gestiti da membri della tribù vendono un po’ di tutto, mentre ad un incrocio una chiesetta cattolica e una episcopale si contendono anime e prestigio. Ma il vero centro della vita di Pine Ridge è Big Bat, una pompa di benzina in vero stile americano, ossia una rivendita di “junk food” aperto 24 ore su 24, ritrovo e rifugio di molti a Pine Ridge. Fermarsi al Big Bat è un’esperienza che da sola chiarisce molti aspetti della vita di questo posto e di queste persone, i cui volti spesso rovinati dall’alcol e dalla miseria raccontano storie silenziose. Ricordo quei volti molto bene, così diversi dai visi eleganti e sereni degli Indiani che conosciamo attraverso i film americani. Ricordo le macchine che cadono a pezzi, cariche di bambini, ricordo gli sguardi spenti, il senso di vuoto generale che si respirava, e la palpabile consapevolezza che queste persone erano intrappolate in una vita, in una “cultura”, in un mondo desolante che non gli apparteneva.

Eppure. Eppure questa è la loro terra, o ciò che resta della loro terra, e il legame tra questa gente e quel luogo è qualcosa che per noi “occidentali” è difficile da capire. La storia di questo particolarissimo rapporto tra i Lakota e il loro territorio è una storia che merita di essere raccontata. La riserva di Pine Ridge si trova circondata da alcuni tra i più affascinanti luoghi naturalistici degli Stati Uniti. Le praterie sconfinate, le Badlands, le Black Hills, il Custer State Park (a cui gli Indiani stanno cercando da anni di cambiare il nome, così come accadde nel 1991 per il Custer National Monument, ribattezzato finalmente Little Bighorn Battlefield National Monument – è un detto frequente da quelle parti che il Custer State Park sia l’unico parco al mondo dedicato a un perdente!); in questi luoghi è ancora possibile avere un contatto diretto con una natura che ci riporta indietro di secoli, e avere la possibilità di osservare un branco di bufali in corsa è un’esperienza che lascia senza fiato. Qui, in questi spazi immensi, vivevano i Sioux. Nel 1868 gli Stati Uniti e alcuni gruppi Sioux tra cui i Lakota firmarono il trattato di Fort Laramie, in base al quale i Lakota sarebbero rimasti in possesso di tutto il territorio delle Black Hills che si estendeva per decine di migliaia di Km quadrati e includeva aree in Wyominge fino alla sommità delle Big Horn Mountains in Montana. Al di là della bellezza e dell’importanza di queste terre, l’aspetto fondamentale che lega ancora oggi i Lakota alle Black Hills è la loro sacralità. Le Black Hills sono considerate da questa e altre tribù il loro luogo originario, un luogo sacro e inviolabile. Ben presto però si scoprì che quelle zone nascondevano qualcosa di assai prezioso per i bianchi: oro. Il trattato fu ripetutamente violato, finché la situazione divenne intollerabile e nel 1876 si arrivò alla storica battaglia di Little Bighorn, in cui il generale Custer e 215 dei suoi uomini morirono per mano di Indiani Lakota e Cheyenne guidati da Toro Seduto. La vittoria però non ebbe i risultati sperati: l’anno successivo Cavallo Pazzo, grande leader Lakota, fu ucciso a Fort Robinson, Nebraska, segnando così tristemente la fine della resistenza indiana e l’occupazione massiccia del loro territorio da parte dei bianchi. Dal 1878 i Lakota furono confinati nella riserva di Pine Ridge, privati di un territorio che era loro di diritto secondo i trattati firmati con gli Stati Uniti. Undici anni dopo, la sera del 29 dicembre del 1889, circa 300 Lakota (uomini, donne e bambini) accampati lungo un torrente e in atto di resa furono uccisi dalle truppe americane che ricordano questo massacro come la valorosa battaglia di Wounded Knee (a pochi chilometri da Pine Ridge) e per la quale fu assegnato il più alto numero di medaglie al valore militare nella storia dell’esercito americano. Ancora oggi il governo rifiuta di ammettere la gravità del massacro compiuto a Wounded Knee e di mostrare un gesto di riconoscimento per le vittime. Visitare il cimitero di Wounded Knee è toccante e sconfortante. Accanto al cimitero sorge un centro informazioni sulla strage del 1889, una semplice costruzione circolare voluta ed eretta da alcuni Lakota, che non possono dimenticare quell’orrore e quel giorno in cui molti persero genitori e nonni. Anche questo è Pine Ridge.

Ma questo non è passato, o perlomeno non è un passato che si può considerare chiuso. A partire dalla metà del Novecento i Lakota iniziarono una lunga serie di azioni legali contro gli Stati Uniti per riottenere la terra che fu loro illegalmente tolta. Il lungo processo si concluse nel 1980 con una parziale vittoria dei Sioux: la corte federale riconobbe l’espropriazione illegale delle Blakc Hills da parte dello stato americano. Come ricompensa, fu stabilito che venisse pagata ai Sioux un risarcimento in denaro pari a 17,1 milioni di dollari (considerato il valore della terra nel 1877) più il 5% di interessi per ogni anno trascorso tra il 1877 e il 1980, per un totale di 105 milioni di dollari[2]. Fino ad oggi i Sioux non hanno toccato un centesimo di questo denaro, e non sono intenzionati a farlo, per due principali ragioni. La prima, perché la terra per loro è un elemento sacro e non un bene che possa essere venduto o acquistato. La seconda, perché accettando il compenso in denaro i Sioux non potrebbero più, per legge, avanzare pretese sulla loro terra, e l’avrebbero persa per sempre.

Fa riflettere che all’interno di un paese come gli Stati Uniti, storicamente considerato molto patriottico, ci siano vaste comunità di persone per le quali l’attaccamento alla propria terra non si rispecchia nel dispiego di eserciti, nello sventolio di bandiere o di festanti celebrazioni e inni nazionali, quanto nel silenzioso e autentico rispetto per quella terra. Fa riflettere che nel 2008 ci siano ancora popolazioni, immerse in una sconfortante miseria, per le quali il valore della propria terra non ha prezzo. A Pine Ridge ogni giorno si combatte, lentamente e silenziosamente, non solo per sopravvivere, ma soprattutto per riaffermare la propria cultura, le proprie origini e il proprio passato, per farlo diventare un nuovo presente.


[1] I dati provengono da diverse fonti tra cui U.S. Census Bureau, Indian Health Services, Indian Housing Authority, Indian Housing Council, AIRC (American Indian Relief Council). Molte altre informazioni e dati statistici possono essere consultati in questo sito che raccoglie dati pubblicati nel 2006 da varie organizzazioni politiche, educative, governative, non-profit e indiane: http://www.nativevillage.org/Messages%20from%20the%20People/the%20arrogance%20of%20ignorance.htm

[2] United States V. Sioux Nation of Indians, 448 U.S. 371 (1980).

http://caselaw.lp.findlaw.com/scripts/getcase.pl?navby=CASE&court=US&vol=448&page=371