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In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. Il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi e’ esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo piu’ di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno. Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantita’ e qualita’ a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università’  faticano ad attrarre capitali privati. Perche’ siamo giunti a questo punto? E in che modo uscirne? Per saperne di piu’ clicca qui…

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L’Italia produce meno laureati in confronto ai nostri diretti competitori (1, 2), e la produttività scientifica [1] delle nostre università, nonostante alcune straordinarie eccellenze, e’ tra le peggiori in Europa (1, 2), segno che sia la didattica che la ricerca sono ingolfate e inefficienti.

Chiunque abbia avuto a che fare con il mondo della ricerca accademica italiana sa che trovare fondi adeguati per le proprie ricerche e’ molto difficile e che i meccanismi di reclutamento e di promozione sono opachi.

Periodicamente lo spazio pubblico e’ attraversato dallo scandalo dei concorsi truccati e da promesse da parte della classe politica di nuove iniezioni di fondi per la ricerca e di riforme delle procedure di selezione dei ricercatori.

In questa breve discussione cercherò di mostrare come il sistema di incentivi italiano sia la principale causa di questa malattia della Universita’ e che solo agendo su questa leva potremmo dare opportunità di sviluppo ai ricercatori italiani, ridurre la fuga dei cervelli all’estero e migliorare l’attrattivita’ scientifica del nostro paese senza alcun aggravio ulteriore per il bilancio dello stato, semplicemente modificando i criteri di allocazione delle risorse e usando strumenti gia’ operativi in Italia. La maggior parte dei dati e delle considerazioni che leggerete sono “rubati” a due articoli sullo stato dell’Università italiana (1,2): non ho riportato quindi la fonte per ogni dato presente in questo articolo se non quando la fonte era diversa da questi due lavori.

Miti da sfatare
Il dibattito italiano sulla ricerca e’ inquinato da due assunzioni infondate: 1) La ricerca accademica italiana e’ sotto-finanziata e sotto-dimensionata (in termini di organico); 2) la correttezza dei concorsi pubblici e’ una questione essenzialmente etica che e’ svincolata dai meccanismi di finanziamento e deve quindi essere regolata tramite leggi prescrittive che indichino una procedura a prova di furbetto.

I finanziamenti per la ricerca. La prima delle due asserzioni origina dall’osservazione che la quota di prodotto interno lordo devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese e’ pari a 1.1% e inferiore alla media europea. Inoltre il carico didattico medio, misurato in termini di ore per docente, di ogni professore italiano e’ superiore a quello di altri paesi in particolar modo di quelli anglosassoni.

Questi confronti sono però assai rischiosi perché i dati presentati sono aggregati e non rispecchiano le diversità dei differenti sistemi universitari. La spesa per la ricerca ad esempio comprende sia gli investimenti pubblici che privati. Se osserviamo in maggior dettaglio il dato macroeconomico scopriamo che la spesa pubblica italiana impegnata nell’educazione terziaria e i fondi generali per la ricerca per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti.

Anche se confrontiamo lo stesso dato per ogni studente l’Università italiana riceve maggiori finanziamenti di quella inglese. Un dato piuttosto sorprendente riguarda gli stipendi medi dei ricercatori italiani in confronto a quelli degli Stati Uniti. Il salario di un professore ordinario italiano con 30 anni di carriera e’ superiore di circa 13 mila euro rispetto al salario medio di un full professor americano che lavori in università con corsi post-laurea e superiore di circa 40 mila euro rispetto al salario medio di un full professor americano che lavori in Università senza corsi post-laurea. Solo il 30% dei professori americani che lavorano in Università che offrono corsi post-laurea guadagna più di un professore ordinario italiano con 30 anni di carriera.

Se confrontiamo però la produttività scientifica per milione di euro investiti e la produttività scientifica per ricercatore l’Italia figura agli ultimi posti in Europa e certamente inferiore a quella americana.

Questi dati indicano che la capacità delle nostre Università di produrre avanzamento scientifico e’ scadente indipendentemente dall’ammontare degli investimenti pubblici e dal numero di ricercatori attivi.

L’adeguatezza degli organici. La scarsa produttività dei ricercatori italiani e’ spesso spiegata dall’elevato carico didattico nel nostro paese. Il rapporto studenti/docenti in Italia e’ infatti, più elevato che nel Regno Unito di circa il 70%. Il tempo devoluto all’insegnamento e’ sottratto al tempo per la ricerca e quindi il tasso di produttività oraria sarebbe un indicatore migliore del rapporto di produttività scientifica per ricercatore. Un’approssimazione accettabile di questa misura con i dati disponibili e’ il rapporto tra docenti e full time equivalent students (FTES, ovvero il numero di ore di insegnamento diviso il carico orario richiesto per studente dal piano di studi [2]). Questa misura e’ chiaramente migliore del semplice conteggio degli iscritti perché coloro che non frequentano corsi e non danno esami non pongono un effettivo carico didattico sui docenti. Quando confrontiamo il rapporto FTES/decenti tra le università italiane e quelle inglesi non riscontriamo una differenza significativa.

Questi dati dimostrano che l’Università’ Italiana non e’ sottodimensionata rispetto a quella anglosassone [3].

Etica e concorsi. Il sistema di cooptazione italiano funziona, come tutti sappiamo per concorso pubblico. Il sistema e’ rigidamente controllato da regolamenti prescrittivi che indicano la procedura concorsuale nel tentativo di limitare la discrezionalità e promuovere la trasparenza. Come tutti sappiamo questi obiettivi sono di volta in volta falliti. Ad ogni riforma ne segue un’altra che introduce un nuovo set di regole fino a quando la fantasia dei regolati trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi. Si e’ generato in questo modo un sistema iper-regolato e altamente inefficiente. I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce perfettamente. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia e’ l’affiliazione mentre la produttività scientifica ha effetto molto piccolo sulla probabilità di vincere un concorso pubblico. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, e’ così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso [4].

Come potete immaginare l’introduzione di nuove regole non otterrà un miglioramento di questa situazione. In breve tempo la fantasia dei controllati troverà un modo di aggirare le leggi e ci troveremmo nella stessa situazione odierna. Ma perché allora negli altri paesi questo non avviene? Noi italiani siamo diversi geneticamente o antropologicamente? Eppure negli Stati Uniti la raccomandazione e’ pratica diffusissima e necessaria. Ho appena firmato delle lettere di referenze per 3 studenti del master in Sanità Pubblica che l’hanno prossimo sperano di essere accettati per un programma di PhD in un’altra università. Perché allora negli USA non si generano i fenomeni distorsivi che tutti conosciamo in Italia?

Il prossimo paragrafo risponderà a questa fondamentale domanda.

Della Responsabilità e del Potere, ovvero il sistema di incentivi.

Perché molti giovani italiani se ne vanno all’estero a far ricerca? Perché quasi nessun ricercatore straniero vuole venire a lavorare da noi? Perché abbiamo una tra le più basse produttività scientifiche nel mondo sviluppato? Perché abbiamo tutti la percezione che il nostro sistema di cooptazione sia truccato quando tutto il resto del mondo usa senza problemi la “raccomandazione” come strumento di garanzia e informazione?

Comprendere la struttura del sistema di incentivi dell’Università’ italiana può dare una risposta a molte di queste domande. Il sistema di reclutamento e promozione universitario cambiò radicalmente nel 1999 nel tentativo di rendere il meccanismo trasparente e maggiormente meritocratico.

La procedura di cooptazione ora prevede un concorso iniziato dall’università’ che intende arruolare un nuovo ricercatore. Il comitato valutatore e’ composto da un membro interno e 4 membri reclutati da un elenco nazionale. Questa procedura era intesa a limitare l’effetto del “fattore campo” nella selezione del personale. Come abbiamo visto con scarso successo.

La ragione principale e’ che i 4 membri esterni non hanno nessuna ragione di interiorizzare costi e benefici della loro scelta e tendono ad confermare l’orientamento del membro interno. In altre parole il sistema dei concorsi così strutturato produce un disaccoppiamento della responsabilità (ovvero la consapevolezza dell’effetto delle scelte sui propri interessi) e del potere decisionale.

Infine, il sistema di progressione salariale merita una particolare menzione perché concorre fortemente a disincentivare la produttività accademica. In Italia la progressione salariale e’ automatica, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità’ di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica iniziato da una Università.

Ne deriva che un ricercatore altamente produttivo e uno che non fa nulla hanno lo stesso identico stipendio a parità di grado. Questo sistema perverso riduce la mobilità dei ricercatori e quindi riduce l’efficienza con la quale offerta e domanda (in altri termini, opportunità e talenti) si incontrano e si sostengono vicendevolmente. Inoltre, i dati empirici ci dimostrano che l’attuale sistema, introdotto per ridurre la discrezionalità e l’inefficienza del precedente metodo di selezione, e’ completamente incapace di selezionare i ricercatori più dotati e di scartare quelli con meno prospettive di produttività. Infine, il nostro sistema tende ad attrarre i ricercatori con meno opportunità di guadagno nel mercato internazionale e allontanare coloro i quali hanno una migliore capacitá di ottenere posizioni e salari prestigiosi altrove.

Come ridare allora, nuove possibilità di sviluppo ai nostri ricercatori migliori e come favorire la crescita professionale di coloro i quali non sono ancora competitivi sulla scena mondiale?

Il sistema di finanziamento della ricerca italiana: perversioni e opportunità

Nei precedenti paragrafi abbiamo osservato che l’Università’ pubblica italiana non e’ particolarmente sotto-finanziata e sotto-dimensionata. Abbiamo viceversa individuato i problemi nelle distorsioni della selezione del personale e nella scarsa produttività per milione di euro investiti. In altre parole i finanziamenti disponibili sono distribuiti in modo iniquo e improduttivo.

Un’analisi più approfondita della composizione dei finanziamenti universitari dimostra che il 90% dei fondi universitari provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) e nella quasi totalità servono a pagare stipendi e garantire il funzionamento degli uffici.

Questi fondi vengo ripartiti su base storica: chi ha speso di più, avrà di più; logico, no? E’ evidente che in questo modo non si incentivano comportamenti virtuosi quali la massimizzazione dei risultati accademici e la minimizzazione dei costi.

Questo sistema di finanziamento comunque verrà completamente sostituito dalla Quota di Riequilibrio (QR) entro il 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici per l’università tramite un calcolo i cui parametri principali sono il numero di studenti FTE e il costo standard per studente in una determinata area. Il primo problema e’ che non e’ presente in questa formula alcun parametro direttamente connesso alla produttività scientifica

Il secondo problema e’ che la qualità della formazione influenza il costo della formazione e quindi questo sistema non riuscirà a premiare le università che hanno outcomes formativi migliori, ma almeno parzialmente incentiverà tutte le università a settarsi su un livello di costo medio, scoraggiando la creazione di sistemi formativi innovativi e più efficaci ma più costosi.

Il terzo problema consiste nel fatto che in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree.

Infine una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000) e i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000). Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di peer review che ha qualche somiglianza a quello dell’NIH americano. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università’ ospitante. Il processo di peer review coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre l’assegnazione dovrebbe essere seguita da un processo di valutazione degli outcomes raggiunti.

Purtroppo i criteri di valutazione non sono completamente trasparenti e non esistono studi empirici sulla qualità dei progetti finanziati e sui loro risultati. Infine non e’ ben chiaro in che modo con questo sistema i peer review possano internalizzare i costi/benefici del processo di valutatazione.

In conclusione i finanziamenti direttamente devoluti alla ricerca sono solo una parte minoritaria dei fondi disponibili e la restante parte sono assegnati tramite criteri che non incentivano l’efficacia e l’efficienza. Il PRIN e’ l’unica forma di finanziamento gia’ esistente in Italia potenzialmente in grado di fornire incentivi conformi agli obiettivi di migliorare la qualità e l’efficienza della ricerca in Italia.

Dalla diagnosi alla cura: come cambiare tutto senza cambiare niente.

Nel precedente paragrafo abbiamo visto che l’attuale sistema di finanziamento promuove una de-responsabilizzazione dei decison makers nella selezione e promozione del personale e determinano una inefficiente allocazione dei fondi per l’università.

Ma abbiamo anche visto che una parte dei fondi viene assegnata con criteri potenzialmente meritocratici (PRIN) ma i criteri di valutazione non sono completamente trasparenti e la quota di finanziamento erogata con questa modalità e’ minimale.

Ma cosa accadrebbe se i PRIN rappresentassero la maggior parte dei finanziamenti per l’Università’ e il finanziamento delle spese amministrative fosse direttamente agganciato ai fondi PRIN invece che regolato dalla Quota di Riequilibrio?

In questo modo liberemmo fondi che oggi sono assegnati solo per garantire la sopravvivenza della componente amministrativa dei dipartimenti ma che non hanno alcun ancoraggio con la capacità di produrre ricerca di qualità.

Ma come garantire che il processo di assegnazione dei fondi garantisca la qualità della ricerca? Come fare in modo che il costo/beneficio dell’assegnazione dei fondi venga internalizzato dai reviewers? Senza una risposta per queste domande anche questa riforma sarebbe destinata a fallire. Questo e’ un tema altrettanto complesso: forse lo studio dei maccanismi di finaziamento dell’National Iinstitue of Health americano, che adotta criteri simili, potra’ dare una risposta a questi quesiti. Vi terro’ aggiornati.

Note:
[1] Definire la produttività scientifica e’ un esercizio molto complicato e controverso. Solitamente pero’ la qualita’ della ricerca in tutte le agenzie piu’ prestigiose (riviste scientifiche, ma anche nell’assegnazione del premio Nobel) viene misurata attraverso un processo di peer review. Similmente non esistono indicatori bibliometrici perfetti ma vi e’ un sostanziale accordo nel utilizzare l’impact factor come uno strumento sufficientemente affidabile.
[2] http://www.usp.ac.fj/fileadmin/files/academic/pdo/stats/eftsu_calc.htm
[3] Un problema tutto italiano che questi dati non mettono in luce riguarda la distribuzione del carico orario didattico. Nella mia breve esperienza nell’Università’ italiana, sia come studente di medicina che come specializzando ho spesso constatato che i professori ordinari non svolgono tutte le ore previste dal piano didattico. Nelle commissioni didattiche della facoltà di Medicina di Milano a cui ho partecipato in quanto rappresentante degli studenti circa 8 anni fa, veniva riportato che mediamente i responsabili dei corsi tenevano personalmente mediamente il 20% delle 120 ore annue previste dal piano didattico e che gran parte della differenza veniva affidata ad assistenti o addirittura al personale ospedaliero. Il quadro potrebbe essere molto diverso per altre facoltà o essersi drammaticamente modificato dopo l’introduzione della riforma universitaria che ha indotto la creazione di una miriade di corsi universitari brevi.
[5] Un dato di particolare interesse riguarda l’effetto della composizione delle commissioni sui criteri di scelta. Commissioni concorsuali formate da professori con un elevato numero di pubblicazioni tendono a scegliere candidati con metodo perfettamente meritocratico (solo il numero di pubblicazioni conta) mentre commissioni con basso numero di pubblicazioni tendono ad avere una fortissima preferenza per i candidati interni all’università’ proponente. In quest’ultimo caso un candidato esterno deve aver pubblicato 38 articoli in più del suo rivale interno per competere alla pari.

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