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In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. Il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi e’ esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo piu’ di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno. Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantita’ e qualita’ a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università’  faticano ad attrarre capitali privati. Perche’ siamo giunti a questo punto? E in che modo uscirne? Per saperne di piu’ clicca qui…

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In un recente articolo sul New York Times, Mikhail Gorbachev offre un interessante visione della recente crisi georgiana: la Russia non aveva, secondo l’ex-presidente sovietico, nessun interesse a provocare questa guerra lampo e sostanzialmente infruttuosa. Il duo Medvedev-Putin hanno sufficiente stabilita’ interna per non avere bisogno di una piccola e transitoria vittoria militare. Non vi e’ dubbio che i due siano dei tiranni e che in Russia non vi sia alcuna democrazia. Il governo russo e’ un’organizzazione semicriminale. Ma questo giudizio non deve influenzare la nostra comprensione della situazione nella reagione caucasica.

L’occupazione di Tblisi e la deposizione di Saakashvili erano risultati che l’amministrazione russa, sin dall’inizio, sapeva di non poter ottenere. Sin dalla rivoluzione delle rose, il colpo di stato che ha instaurato un regime filo-occidentali in Georgia nel 2003, il paese e’ stato in continua tensione e sotto la protezione americana: Washington ha fornito all’alleato caucasico armi, aiuti economici, e assitenza nell’addestramento delle forze armate. Gli interessi americani e russi sulla regione si concentrano sui corridoi energetici che portan gas minerale in Europa e che oggi sono controllati dalla Russia. In altre parole non e’ infondato il sospetto che Saakashvili, amico fedele dell’amministrazione americana, non abbia agito da solo ma solo dopo aver consultato gli strateghi di Washington. D’altronde il committment degli Stati Uniti nell’area dell’ex-patto di Varsavia si e’ via via intensificato subito dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e in modo particolare con l’ascesa al potere di GW Bush.

Nei mesi precedenti il Kosovo era divenuto indipendente per volere degli americani e per indebolire l’influenza russa sulla regione, in Polonia e Repubblica Ceca si trattava per installare lo scudo spaziale NATO, in Georgia ed Ukraina si trattava per l’ingresso nell’alleanza atlantica. Questi obiettivi avrebbero garantito agli americani la messa in sicurezza sui nuovi gasdotti della regione caucasica. Una volta che i Georgiani hanno sferrato il primo bombardamento su Tskhinvali, la capitale Sud-Osseta, la Russia non poteva permettersi l’inazione: doveva mostrare i muscoli e far capire agli americani che non avrebbe accettato ulteriori provocazioni.

Ma a che prezzo? Gli Stati Uniti, durante il conflitto, hanno incassato l’accordo per installare basi missilistiche e il sistema radar dello scudo spaziale in Polonia “in cambio” dell’addestramento delle forze armate polacche, la richiesta dell’Ucraina di accelerare l’ingresso nella NATO e forse altro e’ da venire (invio di osservatori/forze internazionali a protezione di Tiblisi? L’installazione dello scudo spaziale in Repubblica Ceca?). I russi tornano a casa a mani vuote con la sensazione di essere stati messi all’angolo.

Per giunta, I media occidentali hanno montato, con grande prontezza e pochi tentennamenti (in particolare in USA), una campagna di propaganda anti-russa serrata e talvolta imbarazzante, specialmente nei primi giorni di conflitto. La capitale sud-osseta era in fiamme e detriti, con migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla citta’ in rovine, ben prima che le forze armate russe intervenissero, a causa dei bombardamenti georgiani. Nonstante questo le voci erano concordi. L’orso russo si era svegliato e il tiranno Putin aveva aggredito l’indifesa Georgia.

Il presidente Saakashvili ha ripetutamente rifiutato di firmare accordi per la soluzione delle tensioni nelle ragioni caucasiche e in questi giorni e diventato fin tropp evidente per quale ragione.

Il Corriere della Sera da qualche giorno (qui e qui) annuncia entusiasticamente che le assenze nella pubblica amministrazione sono in crollo verticale: “tutto merito del decreto anti-assenteismo del prodigioso ministro Brunetta!”, affermano i giornalisti supportati dai dati forniti dal Ministero.

Ma questi dati ci dicono qualcosa o sono un facile mentire con i numeri?

L’amministrazione gestita dal noto economista dell’Universita’ Tor Vergata sans papier (nel senso senza uno straccio di pubblicazione di rilievo internazionale, solo libri in Italiano, partecipazioni a congressi e articoli pubblicati sulle riviste da lui stesso dirette…), pare si sia sfortunatamente dimenticata di utilizzare le piu’ basilari tecniche statistiche per valutare l’effetto dei provvedimenti.

Il Ministero della PA ci fa infatti sapere che le assenze nei mesi di maggio e giugno sono diminuite addirittura del 15% e in alcune amministrazioni del 50%. Ma cosa e’ accaduto negli anni precenti? E’ sufficiente elaborare i loro stessi dati per accorgersi che il calo delle assenze era gia’ presente dal 2005 e che addirittura il trend della diminuzione si e’ fortemente attenuato dopo l’avvento del nostro eroico Ministro.

Trend di assenteismo nelle pubbliche amministrazioni dal 2004 al 2008. I dati riferiti agli anni dal 2004 al 2006 rappresentano la media di assenze per malattia su base mensile calcolati per l'intero comparto pubblico. I dati riferiti agli anni 2007 e 2008 indicano la media pesata per dipendenti-mese delle assenze registrate in 27 amministrazioni pubbliche. Dati forniti dal Ministero della pubblica amministrazione

Trend del assenteismo nelle pubbliche amministrazioni dal 2004 al 2008. I dati riferiti agli anni dal 2004 al 2006 rappresentano la media di giornate di assenza per malattia su base mensile calcolati per l'intero comparto pubblico. I dati riferiti agli anni 2007 e 2008 indicano la media pesata per dipendenti-mese delle assenze registrate in 30 amministrazioni pubbliche. Dati forniti dal Ministero della pubblica amministrazione

Inoltre i dati presentati sono un po’ un guazzabuglio di cose diverse, come paragonare mele e pere. Fino al 2006 si dispone di dati complessivi, riferiti alle assenze effettuate in tutta la PA su base annua. Per il 2007 e il 2008 si confrontano i dati del bimestre giugno-luglio di 30 aministrazioni selezionate dal ministero.

Inoltre il ministero non ci fa sapere come sono state selezionate queste amministrazioni. Sono quelle che hanno volontariamente consegnato i dati? O sono state avvisate in anticipo che sarebbero state monitorate?  In entrambi i casi e’ possibile che siano state quelle piu’ virtuose a fornire le informazioni necessarie. Secondo il grafico successivo non sembra essere il caso delle 30 amministrazioni selezionate per l’analisi del ministero (pare gli sia andata bene almeno su questo) Questo grafico, chiamato tecnicamente Funnel plot, permette di osservare visivamente l’eterogeneita’ dei risultati delle diverse amministrazioni per il confornto maggio 2007 – maggio 2008. Eccolo.

Il grafico mostra l'eterogeneita' dei risultati osservati nelle amministrazioni monitorate dal ministero. In ascissa il rapporto tra i giorni di assenteismo per malattia nel giugno 2007 e il numero di giorni di malattia nel giugno 2008. Valori superiori ad 1 indicano un decremento delle assenze tra il 2007 e i 2008. Valori inferiori a 1 indicano un aumento di assenze per malattia. In ordinata, la dimensione delle amministrazioni (numero di dipendenti). La lnea rossa rappresenta la variazione pesata di assenze lavorative nel periodo osservato. Una dispersione disomogena attorno alla linea rossa indica un possibile publication bias, ovvero la pubblicazione preferenziale di risultati favorevoli.

Il grafico mostra l'eterogeneita' dei risultati osservati nelle amministrazioni monitorate dal ministero. In ascissa il rapporto tra i giorni di assenteismo per malattia nel giugno 2007 e il numero di giorni di malattia nel giugno 2008. Valori superiori ad 1 indicano un decremento delle assenze tra il 2007 e i 2008. Valori inferiori a 1 indicano un aumento di assenze per malattia. In ordinata, la dimensione delle amministrazioni (numero di dipendenti). La lnea rossa rappresenta la variazione pesata di assenze lavorative nel periodo osservato. Una dispersione disomogena attorno alla linea rossa indica un possibile publication bias, ovvero la pubblicazione preferenziale di risultati favorevoli.Secondo questo grafico non vi e' evidenza che il ministero abbia preferenzialmente selezionato un campione di amministrazioni pubbliche "virtuose" per la sua analisi.

Risulta pero’ molto evidente che la stragrande maggioranza delle amministrazioni monitorate sono di picola dimensione. Amministrazioni con migliaia di dipendenti sono sottorappresentate e questo potrebbe introdurre un serio errore di stima. La dispersione dei risultati osservati nelle piccole PA e’ molto elevata mentre il dato complessivo di assenteismo sembrerebbe essere principalmente infuenzato dalle pochissime mega-amministrazioni, rendendo l’analisi completamente inutile. Infatti il peso (numero compessivo di dipendenti) delle 4 piu’ grandi PA monitorate e’ quasi 2 volte quello delle restanti 26. Come minimo questa selezione del campione getta qualche dubbio di validita’ sulla stima complessiva di assenteismo. Se volessimo pensare male, con questa selezione del campione, bastere agire con energia su 4 amministrazioni per influenzare i risultati e la percezione di efficacia del provvedimento in generale. Come atteso, la riduzione di assenteismo nelle mega amministrazioni e’ complessivamente maggiore (20%) che nella restante parte del campione (12%). Sarebbe come minimo il caso di stratificare l’analisi dell’assenteismo nelle PA per numero di dipendenti e arricchire il campione con PA di grandi dimensioni.

Come se non bastasse il nostro ministero non si e’ curato affatto di evidenziare il fatto che le assenze diminuiscono naturalmente durante i mesi estivi e sono fortemente influenzate da outbreaks influenzali (che capitano a caso nel tempo e nello spazio). In altre parole, confronti mensili sono assolutamente instabili e solo confronti annuali sono sensati.

In conclusione e’ sconcertante che il nostro pluri-decorato ministro-professore (aspirante al nobel per sua stessa dichiarazione) abbia commissionato e firmato uno studio cosi’ scadente per corroborare il suo operato.

PS:dopo aver scritto questo articolo mi sono accorto che gli amici di noisefromamerika hanno condotto un’elaborazione simile di questi dati. La trovate qui assieme ad altri interessanti commenti.

Il Ministro piu’ acclamato del momento nel rutilante governo Berlusconi quater, Renato Brunetta, classe 1950 e professore universitario con l’ineffabile record di nessuna pubblicazione su riviste peer reviewed che non siano da lui stesso dirette, ha deciso di sfidare gli sfaticati della pubblica amministrazione.

L’ultima proposta di sottoporre a visita medica fiscale qualunque dipendente pubblico che rimanga assente dal lavoro anche per un giorno solo ha suscitato entusiastico consenso: circa l’80% dei lettori del Corriere della Sera e il 50% dei lettori di Repubblica si sono dichiarati favorevoli all’iniziativa in un recente sondaggio.

Il Ministro ha certamente inventiva e creativita’: sa che spararla grossa di questi tempi paga e il narciso professore non puo’ resistere al richiamo dell’applauso. Purtroppo pero’ anche quest’ultimo provvedimento si rivelera’ un fiasco annunciato.

Nel plauso generale ci si e’ infatti dimenticati a casa la calcolatrice, o semplicemente il buon senso:

1- Un medico fiscale ha uno stipendio orario diverse volte superiore allo stipendio orario di qualsiasi dipendente pubblico (esclusi i dirigenti). Quante frodi dovrebbe individuare/scoraggiare ogni nostro controllore per ripagare il suo stipendio?

2- quanti nuovi medici fiscali la pubblica amministrazione dovrebbe assumere per riuscire in tempo reale ad inviare il controllo per un assenza giornaliera ?

3- Quale tipo di organizzazione il Ministro Brunetta ha in mente per rendere operativa la proposta? Ma ve lo immaginate: il datore di lavoro dovra’ comunicare d’urgenza all’ASL che il suo dipendente e’ assente, l’ASL dovra’ contattare e inviare immediatamente l’ispettore che dovra’ essere continuamente disponibile sul territorio. Niente programmazione, a chiamata risposta. Una spece di 118 per aziende a caccia di fannulloni. Ridicolo e irrealizzabile.

4- Le assenze giornaliere sono spesso giustificate da sintomatologia soggettiva ( nausea, emicrania, ecc.), o da disturbi transitori che si risolvono in giornata (un attacco di diarrea che non vi fa chiudere occhio di notte ma che non si ripresenta nel pomeriggio della giornata successiva). Ora, come pensa il Ministro Bru-Bru, che il medico fiscale possa smascherare  anche un solo  frodatore giornaliero?

Chiaramente ogni persona ragionevole sa che questo provvedimento e’ una stupidaggine pazzesca destinata a non sortire altri effetti che aumentare la spesa pubblica (i controlli e i controllori costano!!!) e che se veramente si fosse voluto fare qualcosa per combattere l’assenteismo nel settore pubblico sarebbe stato suffciente un decretino a costo zero suddiviso in due articoli:

A- Decidere che 10 giorni all’anno di assenza per malattia retribuita sono accettabbili, superata questa soglia ci dipiace, lo stipendio viene decurtato progressivamente fino a 0 (ad esempio chi fa piu’ di 30 giorni di malattia).

B- Periodi retribuiti di assenza per malattia non rientranti in questa restrizione e che quindi possono estendersi oltre ai limiti suggeriti sono quelli dovuti a trattamenti chirurgici (esclusa chirurgia estetica), trattamenti per malattie croniche che richiedono terapie continuative (ad esempio, dialisi, sclerosi multipla, chemioterapia), ricoveri ospedalieri terapeutici o diagnostici.

Difficile? Non credo.

Impopolare? credo di si, perche’ efficace, efficiente, ma poco roboante. Ma per il nostro Ministro Bru-Bru non conta che il gatto prenda il topo…conta che prenda un sacco di applausi e che sorrida alle telecamere…

PS: adesso che ci penso, ma questo paladino del merito, il flagellatore dei fannulloni, come ha fatto a diventare professore universitario di economia con il suo record di pubblicazioni? Ce lo spiega Signor Ministro?

Ad una buona parte dell’elettorato italiano pare che il governo Berlusconi piaccia. I sondaggi ci raccontano addirittura che il consenso per il nuovo esecutivo sia in rapida ascesa. Eppure in questi giorni di cose bizzarre e inquetanti ne sono successe. Nessuna di queste pare abbia scalfito il desiderio degli italiani di fidarsi del capo. Anzi. Stiamo assitento alla transizione tra democrazia e demagogia; come altri preferiscono, dalla democrazia al peronismo. Tira brutta aria.

Ma cerchiamo di mettere in fila i fatti. Lo scandalo delle cliniche private milanesi ( ce ne sono almeno 10, tra le piu’ importanti, nel girone degli inquisiti) giunge dopo alcuni terremoti minori che avevano coinvolto il San Raffaele di Milano (un’altra clinica privata) e le “cliniche curiali” genovesi e precedentemente la clinica Humanitas di Milano.

Questa sequela di denunce ci racconta di un sistema corrotto nel quale gli interessi privati di imprenditori e medici si riversano drammaticamente sulla pelle dei malati. Quello che si legge sui principali giornali e’ solo l’epi-scandalo di una dinamica piu’ diffusa e strutturale, di cui la sinistra da anni denuncia inascoltata l’esistenza.  Lo scandalo colpisce la regione simbolo del PdL, la Lombardia, e quel sistema sanitario misto che ha visto il proliferare delle cliniche private paradossalmente finanziate con le tasse dei cittadini. 

Chi lavora nella sanita’ sa, almeno sospetta, che le truffe ai danni del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sono assai diffuse.  Il meccanismo piu’ comune, che emerge anche dalle recenti investigazioni e’ semplice. Il paziente viene ricoverato per un intervento molto semplice condotto in abulatorio. Il tutto in realta’ si risolve in non piu’ di 2 ore e il paziente torna a casa ignaro. La clinica pero’, per aggiudicarsi un pagamento piu’ cospicuo, classifica invece l’operazione come intervento chirurgico con ricovero giornaliero e il SSN paga, senza motivo, rimborsi moltiplicati.

In casi piu’ rari, come emerge dalle indagini, il paziente e’ meno fortunato e subisce veramente un intervento inutile, talvolta con rischi gravissimi per la salute o ricevendo addirittura lesioni gravissime a parti del corpo precedentemente sane.

Fino ad oggi gli assessori Lombardi alla sanita’ ci raccontavano che questa proliferazione di cliniche private e prestazioni era solo il segno di una maggiore disponibilita’ di cure, un vantaggio per i pazienti. Un regalo del mercato. Oggi, grazie alle intercettazioni della magistratura sappiamo che questo regalo era solo una mela avvelenata, confezionata con l’aiuto di dirigenti delle ASL, nominati dalla regione Lombardia, coniventi e corrotti.

Ma questo fenomeno non e’ una nostra peculiarita’. Ovunque i privati abbiano fatto massicciamente il loro ingresso nel sistema, i costi dei controlli sono aumentati. Negli USA, il 30% delle spese del Medicare sono utilizzati, direttamente o indirettamente, per combattere le truffe. In Canada, che ha un sistema piu’ simile al nostro, il 40% delle nascite avviene per taglio cesareo, mentre si stima che solo il 2% dei parti necessiti intervento chirurgico; in Italia, dopo l’introduzione del pagamento a prestazione, il numero di operazioni al ginocchio e’ raddoppiato.  Tutte operazioni necessarie?

Nonostante sia chiarissimo chi siano i responsabili politici di questo sfacelo e le “regioni rosse” abbiano invece sviluppato un sistema sanitario virtuoso, sostenibile ed efficiente, pare che questi scandali colpiscano la sinistra piu’ che la destra e suscitino nei cittadini il desiderio del capo forte, delle soluzioni d’emergenza, alimentate dalla sfiducia nello Stato, da un clima di insicurezza.  

E allora non fa piu’ alcun effetto se Berlusconi fa fallire la trattativa per la vendita di Alitalia alle spese dei contribuenti per poi tentare di venderla a suo figlio o ai suoi amici. Dal fallimento della trattativa con Air France il caso Alitalia e’ miracolosamente scomparso dai giornali, come se non fosse piu’ un baraccone in perdita precipitosa. I falsi fautori del liberismo ospitati dai piu’ importanti giornali nazionali, gli incazzati che sbraitavano contro il governo Prodi per i ritardi nel disfarsi del peso incongruo, ora tacciono. L’Alitalia continua a perdere quasi un milione di euro al giorno, e il governo stanzia 300 milioni a fondo perduto con i nostri soldi e nessuno protesta. Ancora una volta la colpa e’ del sindacato, quindi della sisnistra: meno male che Silvio c’e’, e’ questa litania nazional-popolare di oggi. Eppure tutti sanno chi ha fatto barricate e ha bloccato la soluzione del problema.

Ma le cose bizzarre continuano. Prima delle elezioni gli italiani manifestavano grande preoccupazione per la loro sicurezza. Gli immigrati erano percepiti come un pericolo e i reati contro la persona e la proprieta’ una vera minaccia per i cittadini. Questo in barba ad ogni statistica che mostrava come questi crimini, in particolare quelli piu’ gravi, fossero in costante diminuzione da anni. Ma la percezione si diceva, e’ quella che conta. Se il cittadino si sente insicuro, a che servono le statistiche? Alla destra cavalcare la paura ha sempre fatto comodo ma qui lo sprezzo della verita’ ha superato qualsiasi pudore. Un recente sondaggio mostrava che l’80% degli Italiani considera la propria citta’ insicura ma solo il 50% considera insicuro il quartiere dove vivono e che questa percezione di insicurezza e’ piu’ diffusa tra i vecchi, cioe’ quelli che se ne stanno in casa a vedere i telegiornali, che tra i giovani, che escono e vedono.  I nostri politici hanno fatto credere ai nostri concittadini che ogni isterismo fondato sulle loro percezioni ha perfettamente lo stesso valore di un comportamento razionale fondato sui fatti.  E allora la prima cosa fatta dal governo e’ varare leggi inapplicabili per regolare l’immigrazione perche’ tanto quel che conta non sara’ il risultato, chiaramente pessimo (ma ve le immaginate le nostra aule di tribunale completamente soverchiate dal fiume di immigrati clandestini, tutti processati come criminali?), ma la percezione di severita’ associata al provvedimento.

Non contento il governo decide di regalarci l’uso di 3000 militari sparsi su tutto il territorio nazionale per garantire l’ordine pubblico. Il provvedimento, oltre che inutile. e’ assai pericoloso. Vediamo prima perche’ inutile. L’italia e’ il paese con il piu’ alto numero di addetti alla sicurezza del mondo. Tra poliziotti, finanzieri, carabinieri, forestali, polizie locali e vigili il conto raggiunge le 260.000 unita’ (esclusi gli amministrativi), solo 20.000 meno che gli Stati Uniti d’America per una popolazione 6 volte inferiore e una superficie 32 volte piu’ piccola. Siamo il paese con il piu’ alto numero di addetti in questo settore. Nonostante questo i nostri agenti sonnecchiano negli uffici, nelle strade nessuno. Quando si parla di sprechi del comparto pubblico ci si dimentica sempre di parlare delle forze dell’ordine. Ma il governo ha deciso che 3000 militari sono suffcienti. Non bastava allora scrollare giu’ dalle sedie meno dello 1.0% dei nostri agenti di polizia? No. Il vero intento del governo e’ quello di creare un precedente per usare l’esercito in occasioni in cui sia deciso che si tratta di un caso che lo richieda (no, non e’ un bizantinismo, voglio che sia chiara la natura autoreferenziale della decisone: ovvero quando fa comodo al governo). A dir la verita’ un precedentino esisteva gia’. Nel governo Berlusconi III l’esercito era gia’ stato usato per garantire la sicurezza delle sue vacanze in Sardegna nella sua villa privata coperta dal segreto di Stato. Il punto qui e’ che l’esercito potrebbe essere usato per l’odine pubblico nelle manifestazioni (si preparano per l’autunno?) o in occasione di eventi internazionali (come il G8).

Ora. L’attegiamento popolare nei confronti di questi provvedimenti non e’ stato di ludibrio ne’ di preoccupazione. Moltissimi hanno pensato: bene. almeno si fa qualcosa. E lo stesso atteggiamento di impazienza accondiscendente si e’ manifestato quando Berlsusconi ha deciso di farsi leggi ad personam che bloccheranno centinaia di migliaia di processi, incluso il suo e quando aggredisce i magistrati definendoli eversivi. La destra, con la complicita’ dei nostri organi di infromazione, e’ riuscita a diffondere, come un virus, l’idea che esista una guerra tra potere politico e potere giudiziario. Una guerra tra bande e non una normale dialettica istituzionale, la garanzia del funzionamento democratico dello stato. Molti cittadini pensano che i magistrati abbiano perso la guerra e debbano subire le decisioni della maggioranza.

Come se potesse esistere un partito dei magistrati e un partito degli imputati, il partito del parlamento e il partito del governo, il partito del presidente della repubblica e il partito della dittatura strisciante. O forse si. O forse lo sfilacciamento delle istituzioni e’ proprio quello che si vuole. Finalmente basta regole e controlli: che il Capo decida e gli altri tacciano.

L’Italia produce meno laureati in confronto ai nostri diretti competitori (1, 2), e la produttività scientifica [1] delle nostre università, nonostante alcune straordinarie eccellenze, e’ tra le peggiori in Europa (1, 2), segno che sia la didattica che la ricerca sono ingolfate e inefficienti.

Chiunque abbia avuto a che fare con il mondo della ricerca accademica italiana sa che trovare fondi adeguati per le proprie ricerche e’ molto difficile e che i meccanismi di reclutamento e di promozione sono opachi.

Periodicamente lo spazio pubblico e’ attraversato dallo scandalo dei concorsi truccati e da promesse da parte della classe politica di nuove iniezioni di fondi per la ricerca e di riforme delle procedure di selezione dei ricercatori.

In questa breve discussione cercherò di mostrare come il sistema di incentivi italiano sia la principale causa di questa malattia della Universita’ e che solo agendo su questa leva potremmo dare opportunità di sviluppo ai ricercatori italiani, ridurre la fuga dei cervelli all’estero e migliorare l’attrattivita’ scientifica del nostro paese senza alcun aggravio ulteriore per il bilancio dello stato, semplicemente modificando i criteri di allocazione delle risorse e usando strumenti gia’ operativi in Italia. La maggior parte dei dati e delle considerazioni che leggerete sono “rubati” a due articoli sullo stato dell’Università italiana (1,2): non ho riportato quindi la fonte per ogni dato presente in questo articolo se non quando la fonte era diversa da questi due lavori.

Miti da sfatare
Il dibattito italiano sulla ricerca e’ inquinato da due assunzioni infondate: 1) La ricerca accademica italiana e’ sotto-finanziata e sotto-dimensionata (in termini di organico); 2) la correttezza dei concorsi pubblici e’ una questione essenzialmente etica che e’ svincolata dai meccanismi di finanziamento e deve quindi essere regolata tramite leggi prescrittive che indichino una procedura a prova di furbetto.

I finanziamenti per la ricerca. La prima delle due asserzioni origina dall’osservazione che la quota di prodotto interno lordo devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese e’ pari a 1.1% e inferiore alla media europea. Inoltre il carico didattico medio, misurato in termini di ore per docente, di ogni professore italiano e’ superiore a quello di altri paesi in particolar modo di quelli anglosassoni.

Questi confronti sono però assai rischiosi perché i dati presentati sono aggregati e non rispecchiano le diversità dei differenti sistemi universitari. La spesa per la ricerca ad esempio comprende sia gli investimenti pubblici che privati. Se osserviamo in maggior dettaglio il dato macroeconomico scopriamo che la spesa pubblica italiana impegnata nell’educazione terziaria e i fondi generali per la ricerca per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti.

Anche se confrontiamo lo stesso dato per ogni studente l’Università italiana riceve maggiori finanziamenti di quella inglese. Un dato piuttosto sorprendente riguarda gli stipendi medi dei ricercatori italiani in confronto a quelli degli Stati Uniti. Il salario di un professore ordinario italiano con 30 anni di carriera e’ superiore di circa 13 mila euro rispetto al salario medio di un full professor americano che lavori in università con corsi post-laurea e superiore di circa 40 mila euro rispetto al salario medio di un full professor americano che lavori in Università senza corsi post-laurea. Solo il 30% dei professori americani che lavorano in Università che offrono corsi post-laurea guadagna più di un professore ordinario italiano con 30 anni di carriera.

Se confrontiamo però la produttività scientifica per milione di euro investiti e la produttività scientifica per ricercatore l’Italia figura agli ultimi posti in Europa e certamente inferiore a quella americana.

Questi dati indicano che la capacità delle nostre Università di produrre avanzamento scientifico e’ scadente indipendentemente dall’ammontare degli investimenti pubblici e dal numero di ricercatori attivi.

L’adeguatezza degli organici. La scarsa produttività dei ricercatori italiani e’ spesso spiegata dall’elevato carico didattico nel nostro paese. Il rapporto studenti/docenti in Italia e’ infatti, più elevato che nel Regno Unito di circa il 70%. Il tempo devoluto all’insegnamento e’ sottratto al tempo per la ricerca e quindi il tasso di produttività oraria sarebbe un indicatore migliore del rapporto di produttività scientifica per ricercatore. Un’approssimazione accettabile di questa misura con i dati disponibili e’ il rapporto tra docenti e full time equivalent students (FTES, ovvero il numero di ore di insegnamento diviso il carico orario richiesto per studente dal piano di studi [2]). Questa misura e’ chiaramente migliore del semplice conteggio degli iscritti perché coloro che non frequentano corsi e non danno esami non pongono un effettivo carico didattico sui docenti. Quando confrontiamo il rapporto FTES/decenti tra le università italiane e quelle inglesi non riscontriamo una differenza significativa.

Questi dati dimostrano che l’Università’ Italiana non e’ sottodimensionata rispetto a quella anglosassone [3].

Etica e concorsi. Il sistema di cooptazione italiano funziona, come tutti sappiamo per concorso pubblico. Il sistema e’ rigidamente controllato da regolamenti prescrittivi che indicano la procedura concorsuale nel tentativo di limitare la discrezionalità e promuovere la trasparenza. Come tutti sappiamo questi obiettivi sono di volta in volta falliti. Ad ogni riforma ne segue un’altra che introduce un nuovo set di regole fino a quando la fantasia dei regolati trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi. Si e’ generato in questo modo un sistema iper-regolato e altamente inefficiente. I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce perfettamente. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia e’ l’affiliazione mentre la produttività scientifica ha effetto molto piccolo sulla probabilità di vincere un concorso pubblico. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, e’ così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso [4].

Come potete immaginare l’introduzione di nuove regole non otterrà un miglioramento di questa situazione. In breve tempo la fantasia dei controllati troverà un modo di aggirare le leggi e ci troveremmo nella stessa situazione odierna. Ma perché allora negli altri paesi questo non avviene? Noi italiani siamo diversi geneticamente o antropologicamente? Eppure negli Stati Uniti la raccomandazione e’ pratica diffusissima e necessaria. Ho appena firmato delle lettere di referenze per 3 studenti del master in Sanità Pubblica che l’hanno prossimo sperano di essere accettati per un programma di PhD in un’altra università. Perché allora negli USA non si generano i fenomeni distorsivi che tutti conosciamo in Italia?

Il prossimo paragrafo risponderà a questa fondamentale domanda.

Della Responsabilità e del Potere, ovvero il sistema di incentivi.

Perché molti giovani italiani se ne vanno all’estero a far ricerca? Perché quasi nessun ricercatore straniero vuole venire a lavorare da noi? Perché abbiamo una tra le più basse produttività scientifiche nel mondo sviluppato? Perché abbiamo tutti la percezione che il nostro sistema di cooptazione sia truccato quando tutto il resto del mondo usa senza problemi la “raccomandazione” come strumento di garanzia e informazione?

Comprendere la struttura del sistema di incentivi dell’Università’ italiana può dare una risposta a molte di queste domande. Il sistema di reclutamento e promozione universitario cambiò radicalmente nel 1999 nel tentativo di rendere il meccanismo trasparente e maggiormente meritocratico.

La procedura di cooptazione ora prevede un concorso iniziato dall’università’ che intende arruolare un nuovo ricercatore. Il comitato valutatore e’ composto da un membro interno e 4 membri reclutati da un elenco nazionale. Questa procedura era intesa a limitare l’effetto del “fattore campo” nella selezione del personale. Come abbiamo visto con scarso successo.

La ragione principale e’ che i 4 membri esterni non hanno nessuna ragione di interiorizzare costi e benefici della loro scelta e tendono ad confermare l’orientamento del membro interno. In altre parole il sistema dei concorsi così strutturato produce un disaccoppiamento della responsabilità (ovvero la consapevolezza dell’effetto delle scelte sui propri interessi) e del potere decisionale.

Infine, il sistema di progressione salariale merita una particolare menzione perché concorre fortemente a disincentivare la produttività accademica. In Italia la progressione salariale e’ automatica, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità’ di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica iniziato da una Università.

Ne deriva che un ricercatore altamente produttivo e uno che non fa nulla hanno lo stesso identico stipendio a parità di grado. Questo sistema perverso riduce la mobilità dei ricercatori e quindi riduce l’efficienza con la quale offerta e domanda (in altri termini, opportunità e talenti) si incontrano e si sostengono vicendevolmente. Inoltre, i dati empirici ci dimostrano che l’attuale sistema, introdotto per ridurre la discrezionalità e l’inefficienza del precedente metodo di selezione, e’ completamente incapace di selezionare i ricercatori più dotati e di scartare quelli con meno prospettive di produttività. Infine, il nostro sistema tende ad attrarre i ricercatori con meno opportunità di guadagno nel mercato internazionale e allontanare coloro i quali hanno una migliore capacitá di ottenere posizioni e salari prestigiosi altrove.

Come ridare allora, nuove possibilità di sviluppo ai nostri ricercatori migliori e come favorire la crescita professionale di coloro i quali non sono ancora competitivi sulla scena mondiale?

Il sistema di finanziamento della ricerca italiana: perversioni e opportunità

Nei precedenti paragrafi abbiamo osservato che l’Università’ pubblica italiana non e’ particolarmente sotto-finanziata e sotto-dimensionata. Abbiamo viceversa individuato i problemi nelle distorsioni della selezione del personale e nella scarsa produttività per milione di euro investiti. In altre parole i finanziamenti disponibili sono distribuiti in modo iniquo e improduttivo.

Un’analisi più approfondita della composizione dei finanziamenti universitari dimostra che il 90% dei fondi universitari provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) e nella quasi totalità servono a pagare stipendi e garantire il funzionamento degli uffici.

Questi fondi vengo ripartiti su base storica: chi ha speso di più, avrà di più; logico, no? E’ evidente che in questo modo non si incentivano comportamenti virtuosi quali la massimizzazione dei risultati accademici e la minimizzazione dei costi.

Questo sistema di finanziamento comunque verrà completamente sostituito dalla Quota di Riequilibrio (QR) entro il 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici per l’università tramite un calcolo i cui parametri principali sono il numero di studenti FTE e il costo standard per studente in una determinata area. Il primo problema e’ che non e’ presente in questa formula alcun parametro direttamente connesso alla produttività scientifica

Il secondo problema e’ che la qualità della formazione influenza il costo della formazione e quindi questo sistema non riuscirà a premiare le università che hanno outcomes formativi migliori, ma almeno parzialmente incentiverà tutte le università a settarsi su un livello di costo medio, scoraggiando la creazione di sistemi formativi innovativi e più efficaci ma più costosi.

Il terzo problema consiste nel fatto che in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree.

Infine una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000) e i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000). Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di peer review che ha qualche somiglianza a quello dell’NIH americano. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università’ ospitante. Il processo di peer review coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre l’assegnazione dovrebbe essere seguita da un processo di valutazione degli outcomes raggiunti.

Purtroppo i criteri di valutazione non sono completamente trasparenti e non esistono studi empirici sulla qualità dei progetti finanziati e sui loro risultati. Infine non e’ ben chiaro in che modo con questo sistema i peer review possano internalizzare i costi/benefici del processo di valutatazione.

In conclusione i finanziamenti direttamente devoluti alla ricerca sono solo una parte minoritaria dei fondi disponibili e la restante parte sono assegnati tramite criteri che non incentivano l’efficacia e l’efficienza. Il PRIN e’ l’unica forma di finanziamento gia’ esistente in Italia potenzialmente in grado di fornire incentivi conformi agli obiettivi di migliorare la qualità e l’efficienza della ricerca in Italia.

Dalla diagnosi alla cura: come cambiare tutto senza cambiare niente.

Nel precedente paragrafo abbiamo visto che l’attuale sistema di finanziamento promuove una de-responsabilizzazione dei decison makers nella selezione e promozione del personale e determinano una inefficiente allocazione dei fondi per l’università.

Ma abbiamo anche visto che una parte dei fondi viene assegnata con criteri potenzialmente meritocratici (PRIN) ma i criteri di valutazione non sono completamente trasparenti e la quota di finanziamento erogata con questa modalità e’ minimale.

Ma cosa accadrebbe se i PRIN rappresentassero la maggior parte dei finanziamenti per l’Università’ e il finanziamento delle spese amministrative fosse direttamente agganciato ai fondi PRIN invece che regolato dalla Quota di Riequilibrio?

In questo modo liberemmo fondi che oggi sono assegnati solo per garantire la sopravvivenza della componente amministrativa dei dipartimenti ma che non hanno alcun ancoraggio con la capacità di produrre ricerca di qualità.

Ma come garantire che il processo di assegnazione dei fondi garantisca la qualità della ricerca? Come fare in modo che il costo/beneficio dell’assegnazione dei fondi venga internalizzato dai reviewers? Senza una risposta per queste domande anche questa riforma sarebbe destinata a fallire. Questo e’ un tema altrettanto complesso: forse lo studio dei maccanismi di finaziamento dell’National Iinstitue of Health americano, che adotta criteri simili, potra’ dare una risposta a questi quesiti. Vi terro’ aggiornati.

Note:
[1] Definire la produttività scientifica e’ un esercizio molto complicato e controverso. Solitamente pero’ la qualita’ della ricerca in tutte le agenzie piu’ prestigiose (riviste scientifiche, ma anche nell’assegnazione del premio Nobel) viene misurata attraverso un processo di peer review. Similmente non esistono indicatori bibliometrici perfetti ma vi e’ un sostanziale accordo nel utilizzare l’impact factor come uno strumento sufficientemente affidabile.
[2] http://www.usp.ac.fj/fileadmin/files/academic/pdo/stats/eftsu_calc.htm
[3] Un problema tutto italiano che questi dati non mettono in luce riguarda la distribuzione del carico orario didattico. Nella mia breve esperienza nell’Università’ italiana, sia come studente di medicina che come specializzando ho spesso constatato che i professori ordinari non svolgono tutte le ore previste dal piano didattico. Nelle commissioni didattiche della facoltà di Medicina di Milano a cui ho partecipato in quanto rappresentante degli studenti circa 8 anni fa, veniva riportato che mediamente i responsabili dei corsi tenevano personalmente mediamente il 20% delle 120 ore annue previste dal piano didattico e che gran parte della differenza veniva affidata ad assistenti o addirittura al personale ospedaliero. Il quadro potrebbe essere molto diverso per altre facoltà o essersi drammaticamente modificato dopo l’introduzione della riforma universitaria che ha indotto la creazione di una miriade di corsi universitari brevi.
[5] Un dato di particolare interesse riguarda l’effetto della composizione delle commissioni sui criteri di scelta. Commissioni concorsuali formate da professori con un elevato numero di pubblicazioni tendono a scegliere candidati con metodo perfettamente meritocratico (solo il numero di pubblicazioni conta) mentre commissioni con basso numero di pubblicazioni tendono ad avere una fortissima preferenza per i candidati interni all’università’ proponente. In quest’ultimo caso un candidato esterno deve aver pubblicato 38 articoli in più del suo rivale interno per competere alla pari.

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