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In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. Il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi e’ esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo piu’ di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno. Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantita’ e qualita’ a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università’  faticano ad attrarre capitali privati. Perche’ siamo giunti a questo punto? E in che modo uscirne? Per saperne di piu’ clicca qui…

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La retorica recente, dopo numerosi decenni di scontro tende ad indentificare il datore di lavoro (il proprietario dei mezzi di produzione) e il lavoratore dipendente, il prestatore d’opera, sotto lo stesso ventaglio di bisogni e ambizioni, trascurando le disuguaglianze economiche sempre piu’ macroscopiche che si traducono inevitabilmente in disuguaglianze di opportunita’ e liberta’.  Leggi il resto dell’articolo..

La litania di un paese impoverito, con l’acqua alla gola, il lamento di una società stanca e demoralizzata, la crisi della quarta settimana sono entrati nel vocabolario politico quotidiano. Banca d’Italia, attraverso il Dott. Draghi, ci fa sapere che i salari italiani sono tra i più bassi d’Europa; Montezemolo ammonisce i politici: “l’Italia é in crisi, non mentite agli italiani”; il partito di Berlusconi come al solito, ci racconta la storia delle tasse che hanno messo in ginocchio l’Italia, e fa l’occhiolino al suo elettorato di SUVviti; Gli economisti ammoniscono che la spesa pubblica é in continuo aumento e che lo stato si mangia la nostra fetta di ricchezza. Nel frattempo l’Italia del Centro-Nord si avvicina alla piena occupazione e i salari non crescono. Ci dicono che la produttività del paese non aumenta e allora anche i salari sono fermi. Giusto. Ma siamo sicuri che questo sia tutto? Che non ci sia altro da dire? Che qualcosa in Italia non venga costantemente oscurato? Basta farsi un giretto per il centro di Milano, tra negozi di lusso e fichetti, manager, e signore in passeggiata per farsi venire qualche dubbio. Non ci si spiega perché, se tutti veramente siamo in crisi, i prezzi continuino a salire. C’é qualcosa che non torna nel nostro discorso pubblico. La crisi é per tutti o solo per qualcuno? Se é vero che lo Stato si mangia la nostra ricchezza, la mangia per tutti uguale o per qualcuno la mangia di più? In Italia i soldi, sono finiti o sono spariti? Nel senso che qualcuno li ha ma non ce lo vuole far sapere? E perché le vendite di beni di lusso (gioielli, yacht, auto di pregio, design e arredamento) sono in continua inarrestabile crescita?

Allora non resta che fare un giretto in rete per cercare qualche risposta, certamente parziale.

La prima scoperta interessante é questa. Non tutti in Italia si sono impoveriti. Anzi, c’é chi ha tratto da questi anni di lacrime e sangue notevoli benefici economici. Oggi il 10% degli Italiani possiede il 50% della ricchezza nazionale e i loro patrimoni sono in continua inarrestabile crescita. Gente produttiva, si dirà. Che la produttività media di un paese non aumenti non significa che questo sia vero solo per alcune selezionate categorie. D’altronde il 10% delle famiglie si intasca il 40% del reddito prodotto: segno che chi ha fatto la scelta giusta viene premiato dal “Mercato”. Ineccepibile.

Eppure, già dal ’95 le disuguaglianze di reddito in Italia erano solo leggermente inferiori a quelle degli Stati Uniti, il Paese con maggiori disuguaglianze economiche, e superiori a quelli di Regno Unito, Francia, Spagna, Australia, Irlanda. I paesi con reddito più omogeneo sono i quelli scandinavi (Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia), tutti paesi che hanno visto il loro PIL e la loro produttività crescere sostanzialmente negli ultimi 10 anni. Insomma, in un paese dove la meritocrazia e’ un piatto esotico dovremmo avere meno disuguaglianze economiche rispetto a paesi in cui la retribuzione e il reddito sono maggiormente ancorati alla produttività e non alle rendite. Eppure cosi’ non e’.

Un recente rapporto di Banca d’Italia ci rivela che i) la ricchezza in abitazioni delle famiglie italiane è pari a quattro volte il reddito disponibile, un valore simile a quello del Regno Unito, inferiore a quello della Francia e superiore a quello di Germania e Stati Uniti; ii) Le attività finanziarie sono quasi quattro volte il reddito delle famiglie in Italia, un rapporto di poco inferiore a quello degli Stati Uniti e del Regno Unito ma superiore a quello di Germania e Francia.

Chiaramente c’è una ricchezza che non si misura solo coi redditi da lavoro ma che sta nelle cas(s)e degli italiani, nei patrimoni familiari e nelle rendite ed è forse sufficiente ricercare disomogeneità nella distribuzione di queste ricchezze per spiegare gran parte della disuguaglianze economiche del nostro paese.

Chi sono i nuovi ricchi? Questo articolo dell’Espresso ne fa un identikit impietoso. Sono notai, commercialisti, avvocati, i grossisti, imprenditori del settore sanitario che approfittano di leggi medievali per fare profitti in mercati iper-protetti da regole d’accesso e regolazione dei prezzi che dir corporative si rischia di far complimenti (ricordate le “vibranti proteste” contro le class actions?), e che si sono avvantaggiati dell’indulgenza della destra per accumulare capitali illegali con l’evasione fiscale. Questa gente si mangia i nostri redditi. E non solo. Il privilegio é ereditario in un paese, il nostro, senza alcuna mobilità sociale. I figli dei figli dei notai fanno i notai, e così via e l’accesso alle professioni e’ rigorosamente ristretto (siamo matti, la competizione?). Ma non basta, recentemente La Repubblica ha riportato che il reddito di un laureato figlio di operai é tra il 20% e il 40% inferiore a quello di un laureato proveniente da una famiglia di professionisti o dirigenti, a parità di tutte le altre caratteristiche. Insomma carriera la fanno soltanto i “figli di..”

E poi ci sono le tasse. La progressività delle aliquote si è andata via via perdendo in Italia. Dal 1973 le classi di reddito sono passate da 32 a 5 (senza contare il tentativo di Mr B di ridurle a 2 nel 2004). Anche il rapporto tra lo scaglione massimo e quello minimo di imposta è sceso precipitosamente. Il peso relativo della pressione fiscale e’ via via sceso per i più ricchi mentre gli altri hanno pagato dolorosamente sempre di più.

Insomma queste differenze non sono generate dalla creativita’ e dall’iniziativa di individui piu’ propduttivi, efficienti, combattivi ma dal privilegio e da leggi feudali che proteggono questa moderna aristocrazia.

PS: Uno potrebbe chiedersi cosa ci sia di male che un imprenditore della sanità faccia un sacco di quattrini. Il male é questo: in quale paese liberale un imprenditore che vende un prodotto non viene pagato dall’acquirente ma dallo Stato? Il salumaio mi vende il prosciuttino e io mando il conto al mio vicino? Ma dove si é mai visto? É proprio per questo che in Lombardia i costi della sanità sono schizzati alle stelle da quando la regione ha deciso di accreditare un numero sempre maggiore di strutture private. E pensate a quello che succede in Sicilia per la stessa ragione. Due regioni così diverse accomunate da un analogo approccio alla salute pubblica (e ai privati interessi). Non voglio neanche discutere dei criteri di accreditamento. Poi accade che le statistiche nazionali ci raccontino che la spesa pubblica é in continua crescita, e a noi capita di pensare “all’esercito di fannulloni del comparto pubblico”. Anche a me, che venivo pagato 850 euro netti al mese quando facevo lo specializzando in Italia. E intanto gli imprenditori del comparto sanitario ingrassano con i soldi pubblici e ridono di noi.


La recente proposta di Walter Veltroni di innalzare il salario minimo legale solleva un tema controverso.

Se questo tipo di interventi legislativi autorizzino i lavoratori a basso reddito a sperare in un sospirato aumento di reddito o piuttosto determini una riduzione del tasso di occupazione e’ argomento assai dibattuto.La decisione da parte di un imprenditore di assumere un lavoratore dipende, almeno in parte, dal suo costo.

E ancora: ammesso che l’introduzione del reddito minimo non abbia un influsso negativo sul tasso di occupazione, questo provvedimento determinera’ un’aumento del potere d’acquisto delle classi piu’ deboli o il conseguente rialzo dell’inflazione sara’ tale da annullarne l’effetto?

Queste domande sono di interesse centrale per la regolamentazione del mercato del lavoro nella maggior parte dei paesi industrializzati.

In questo articolo vorrei discutere la prima delle due questioni, essendo essa determinate per qualsiasi decisione di interesse pubblico.

Sebbene molti economisti di destra siano tenacemente avversi all’idea di introdurre un salario minimo legale, l’evidenza empirica ha fornito risultati contrastanti.

La recente introduzione del National Minimum Wage (salario Minimo Nazionale)  ha revitalizzato in Inghilterra un analogo dibattito. Una prima regolamentazione nazionale del salario minimo e’ stata introdotta in quel paese nel 1999 ed e’ stato successivamente  innalzato nel 2000 e nel 2001. Ad oggi il salario nazionale minimo inglese corrisponde a 4.10 sterline all’ora.

L’Ingilterra, e i paesi anglossassoni in genere, hanno una straordinaria tradizione di analisi sociale ed economica. Numerose indagini vengono finanziate dallo Stato per monitorare l’andamento economico del paese e il funzionamento delle leggi e dei provvedimenti governativi. Il caso inglese e’ particolarmente interessante perche’ sono disponibili dati dettagliati e recenti riferiti sia al periodo precedente che a quello successivo all’entrata in vigore del salario minimo offrendo un’ottima opportunita’ per un’analisi valida ed accurata.

Utilizzando i dati disponibili una recente indagine (Stewart, 2004) ha dimostrato che sia l’introduzione che l’innalzamento del salario minimo legale a livello nazionale non hanno prodotto alcun effetto negativo sul livello di occupazione, per ogni gruppo demografico studiato.

Sono queste indicazioni direttamente applicabili al caso italiano?

Per contestualizzare la discussione alla realta’ italiana, e’ utile sottolineare che il nostro paese si avvia ad una fase di piena occupazione dove i tassi di disoccupazione si registrano intorno o al di sotto del 5% e dove molti datori di lavoro devono rivolgersi alla manodopera straniera per colmare i ranghi. A questa tendenza non si allinea il meridione, dove pero’ sussitono elevati tassi di occupazione sommersa o nel settore informale.

Il basso tasso di disoccupazione al Centro-Nord del paese si realizza comunque in condizioni di bassa occupazione, indicando che molti italiani con scarse prospettive occupazionali preferiscono non cercare un lavoro probabilmente ritenendolo troppo poco profittevole. Questi disoccupati volontari non rientrano nelle statistiche di disoccupazione. In queste condizioni non e’ totalmente insensato supporre che nel nostro paese il salario minimo legale possa addirittura mobilizzare questi cittadini inattivi e richiamarli nella forza lavoro.

Certamente le condizioni del mercato del lavoro nel Centro-Nord e nel Meridione d’Italia sono cosi’ differenti che e’ difficle pensare ad un effetto omogeneo del salario minimo nazionale su tutto il territorio italiano.

Indipendentemente pero’ da qualsiasi preliminare considerazione di efficacia degli interventi legislativi, l’Italia deve dotarsi di un sistema di monitoraggio paragonabile a quelli dei nostri competitors piu’ avanzati che consenta di valutare, di volta in volta, gli effetti delle decisoni prese.

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