La recente proposta di Walter Veltroni di innalzare il salario minimo legale solleva un tema controverso.

Se questo tipo di interventi legislativi autorizzino i lavoratori a basso reddito a sperare in un sospirato aumento di reddito o piuttosto determini una riduzione del tasso di occupazione e’ argomento assai dibattuto.La decisione da parte di un imprenditore di assumere un lavoratore dipende, almeno in parte, dal suo costo.

E ancora: ammesso che l’introduzione del reddito minimo non abbia un influsso negativo sul tasso di occupazione, questo provvedimento determinera’ un’aumento del potere d’acquisto delle classi piu’ deboli o il conseguente rialzo dell’inflazione sara’ tale da annullarne l’effetto?

Queste domande sono di interesse centrale per la regolamentazione del mercato del lavoro nella maggior parte dei paesi industrializzati.

In questo articolo vorrei discutere la prima delle due questioni, essendo essa determinate per qualsiasi decisione di interesse pubblico.

Sebbene molti economisti di destra siano tenacemente avversi all’idea di introdurre un salario minimo legale, l’evidenza empirica ha fornito risultati contrastanti.

La recente introduzione del National Minimum Wage (salario Minimo Nazionale)  ha revitalizzato in Inghilterra un analogo dibattito. Una prima regolamentazione nazionale del salario minimo e’ stata introdotta in quel paese nel 1999 ed e’ stato successivamente  innalzato nel 2000 e nel 2001. Ad oggi il salario nazionale minimo inglese corrisponde a 4.10 sterline all’ora.

L’Ingilterra, e i paesi anglossassoni in genere, hanno una straordinaria tradizione di analisi sociale ed economica. Numerose indagini vengono finanziate dallo Stato per monitorare l’andamento economico del paese e il funzionamento delle leggi e dei provvedimenti governativi. Il caso inglese e’ particolarmente interessante perche’ sono disponibili dati dettagliati e recenti riferiti sia al periodo precedente che a quello successivo all’entrata in vigore del salario minimo offrendo un’ottima opportunita’ per un’analisi valida ed accurata.

Utilizzando i dati disponibili una recente indagine (Stewart, 2004) ha dimostrato che sia l’introduzione che l’innalzamento del salario minimo legale a livello nazionale non hanno prodotto alcun effetto negativo sul livello di occupazione, per ogni gruppo demografico studiato.

Sono queste indicazioni direttamente applicabili al caso italiano?

Per contestualizzare la discussione alla realta’ italiana, e’ utile sottolineare che il nostro paese si avvia ad una fase di piena occupazione dove i tassi di disoccupazione si registrano intorno o al di sotto del 5% e dove molti datori di lavoro devono rivolgersi alla manodopera straniera per colmare i ranghi. A questa tendenza non si allinea il meridione, dove pero’ sussitono elevati tassi di occupazione sommersa o nel settore informale.

Il basso tasso di disoccupazione al Centro-Nord del paese si realizza comunque in condizioni di bassa occupazione, indicando che molti italiani con scarse prospettive occupazionali preferiscono non cercare un lavoro probabilmente ritenendolo troppo poco profittevole. Questi disoccupati volontari non rientrano nelle statistiche di disoccupazione. In queste condizioni non e’ totalmente insensato supporre che nel nostro paese il salario minimo legale possa addirittura mobilizzare questi cittadini inattivi e richiamarli nella forza lavoro.

Certamente le condizioni del mercato del lavoro nel Centro-Nord e nel Meridione d’Italia sono cosi’ differenti che e’ difficle pensare ad un effetto omogeneo del salario minimo nazionale su tutto il territorio italiano.

Indipendentemente pero’ da qualsiasi preliminare considerazione di efficacia degli interventi legislativi, l’Italia deve dotarsi di un sistema di monitoraggio paragonabile a quelli dei nostri competitors piu’ avanzati che consenta di valutare, di volta in volta, gli effetti delle decisoni prese.

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