L’occupazione femminile in Italia e’ ben lontana dal target europeo stabilito dalla conferenza di Lisbona.

I governi Europei, particolarmente nel nord Europa, si sono dotati di strumenti legislativi per facilitare le pari opportunita’ e una maggiore partecipazione delle donne nella forza lavoro. Sgravi fiscali per le aziende e crediti fiscali per le famiglie con figli, incentivazione al part-time e del tele-lavoro, sono strumenti utili affinché gli obiettivi di Lisbona vengano raggiunti.

Ma certamente il problema dell’integrazione femminile nella forza lavoro non puo’ essere risolto solo tramite interventi fiscali che potrebbero avere un effetto positivo iniziale ma alla lunga generare un mercato del lavoro inefficiente e ridurre la produttivita’ complessiva del paese.

Esiste un circolo vizioso tra marginalizzazione e ridotti salari che deve essere interrotto. Tra il 1980 e il 1983 la partecipazione nella forza lavoro delle donne negli Stati Uniti e’ cresciuta dal 43% al 57,9%. Contemporaneamente il rapporto tra i salari di donne e uomini e’ aumentato considerevolmente dal 0.73 a 0.85 (Barrow, 1996). Secondo gli autori della ricerca questo fenomeno e’ spiegato dal fatto che le donne in quel periodo hanno avuto meno gap lavorativi e acquisito maggiori esperienze. Si e’ generata cosi’ una spirale virtuosa di maggiori compensi e maggiore partecipazione.

Dal 1980 al 1993 il tasso di partecipazione di donne con un bambino in eta’ prescolare e’ aumentato negli Stati Uniti dal 30% al 59,6%, segno che, almeno in USA, la maternita’ non ha rappresentato un freno all’occupazione (Barrow, 1996). Tutt’altro. Il tempo medio dopo il quale le donne americane tornano al lavoro e’ in costante diminuzione. Data la stretta relazione tra esperienza lavorativa e salari, questo e’ un obiettivo centrale per sostenere a lungo termine la partecipazione nella forza lavoro delle giovani donne.

Il costo delle cure per l’infanzia e il suo rapporto con le risorse economiche familiari e l’extra-reddito propettato per il lavoro della donna sono importanti fattori nelle decisioni della famiglia (Barlow, 1996; Connely, 1993).

L’Italia dovra’ anche dotarsi di servizi sociali oggi carenti (asili nido, regolarizzare attivita’ cooperative no-profit e servizi privati di assistenza per l’infanzia, etc) ormai indispensabili a consentire alle donne di poter coniugare più tranquillamente la carriera con gli impegni extralavorativi.

Ma sara’ fondamentale anche che la societa’ nel suo complesso accetti la conflittualita’ intrinseca della vita lavorativa con la vita privata. Una maggiore integrazione femminile nel mondo del lavoro richiede da parte degli uomini una maggiore partecipazione nella gestione delle questioni domestiche e della cura dei figli e da parte della donne la consapevolezza che la rinuncia all’esclusivita’ della cura genitoriale nei primi anni di vita e’ imprescindibile.

 

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